"Mai forse il rapporto con la morte è stato povero come in questi tempi di aridità spirituale, in cui gli uomini nella fretta di esistere, sembrano eludere il mistero."

François Mitterand, prefazione a "La morte amica" di Marie de Hennezel

 

Debora Molli

 Tradizionalmente si pensa alla morte come al punto terminale della vita. Invece la morte è un'esperienza di vita. Non è necessario essere incorsi nella perdita di una persona particolarmente cara per aver provato l'esperienza del "morire" e il lutto che ad essa si accompagna. Quasi quotidianamente, infatti, ci misuriamo con una serie di perdite piccole, grandi, enormi, che ci obbligano a incontrarci con noi stessi, con le nostre più profonde - talvolta contraddittorie - emozioni.

Un bimbo può perdere il peluche preferito; l'adolescente veder naufragare come illusorie le idee in cui aveva riposto tutte le proprie speranze; agli adulti può venire improvvisamente a mancare il lavoro, la casa o una relazione affettiva importante; l'anziano può sentirsi privato del valore sociale e dell'integrità fisica. In queste occasioni la nostra psiche sperimenta il vissuto della perdita. In molti casi sarà possibile trovare una rapida risoluzione a tale vissuto, elaborandolo al fine di trasformarlo in nuova energia a disposizione, da investire in altri settori/situazioni della vita. Talvolta invece il tempo per metabolizzare la perdita è più lungo: si parla, allora, di un vero processo di elaborazione del lutto. Evidentemente ciò che è andato perduto ci era particolarmente caro.

La morte, o meglio, l'esperienza del morire, è un'esperienza di vita perchè è dentro la vita stessa. Se non siamo capaci di cogliere questo macrofenomeno che investe le nostre esistenze, rischiamo di fraintendere il senso del nostro stare nel mondo. Se neghiamo al morire lo statuto di co-essenzialità alla vita e lo releghiamo nella zona più oscura della nostra mente - in modo che non possa segnalarci la sua presenza - allora siamo impediti a vivere pienamente. A livello psicologico essere disposti a sperimentare il processo del morire e ad elaborare la perdita subita senza negarne la dolorosa portata (senza cioè coprirla con altri contenuti o riempirla con altri sostituti), costituisce la cifra della maturità emotiva di un individuo. Senza queste premesse non esiste una vera relazione con l'altro, ed è difficile poter amare nell'accezione più piena del termine.

Incontrare il malato terminale è compiere un viaggio: dentro di sè, prima ancora che fuori (insieme con la persona che seguiamo). È incontrare la vita nella sua espressione puntiforme, ossia laddove si fa così prossima alla morte, da permetterci di sfiorarne l'inesprimibile mistero. Tutto in prossimità della morte si ridimensiona. Niente e nessuno, meglio di essa, sa rimettere le cose al giusto posto. Viene riassegnato il valore autentico ad azioni, sentimenti, pensieri che nella nostra frenetica vita quotidiana subiscono profonde distorsioni - omologandosi alle richieste di un sistema che cerca ad ogni costo di negare la presenza della morte, imponendo finte o fittizie priorità.

La morte è insegnante e maestra. Ma non è pura poesia, nè un romantico abbandonarsi "all'altra dimensione" con l'animo in pace. Certo, può essere anche questo (specialmente se è stato compiuto un lavoro di preparazione e di accettazione serena dell'evento), ma più spesso essa è accompagnata da rabbia, tanta; dolore, per il distacco dal modo e dalle persone care; delusione, perchè in prossimità di essa cade l'ultima illusione di essere eterni (illusione che ogni individuo, per poter affrontare la vita, porta in sè - inconsciamente - fin dalla nascita); paura, per ciò che è ignoto e avanza inesorabile; senso di ingiustizia; senso di profonda perdita, anche del proprio intrinseco valore; confusione, a causa di ciò che sta accadendo e che non è controllabile; senso di impotenza; svuotamento, talvolta sgomento. Insomma, la morte è "vera". Davanti ad essa cadono i veli.

Perciò incontrare una persona che si avvicina alla morte richiede un'operazione di "inveramento": ci viene chiesto di essere autentici, soprattutto con noi stessi. Per prima cosa ci viene chiesto di riconoscere che quei sentimenti di rabbia, dolore, delusione, impotenza etc., che vediamo agiti nel malato, sono anche i nostri, appartengono al registro della condizione umana, stanno dentro di noi. Il processo del morire li porta solo in luce, li attualizza e li concentra in un periodo di tempo piuttosto breve, ampliandone così gli effetti evidenti. Conseguenza dell'incontro con la morte è un nuovo modo, più intenso, di cogliere il senso della vita anche nelle sue piccole e semplici manifestazioni, quelle che generalmente diamo per scontate, perchè riteniamo che ci siano dovute.

Quindi, se qualcuno ci offre la possibilità di farsi accompagnare nel percorso di avvicinamento alla morte ci offre, in realtà, una grande occasione di crescita personale. Così, alla fine, ci si rende conto che - nonostante l'apparenza e contro ogni ordinaria previsione - siamo noi ad aver ricevuto qualcosa in dono.


 

Debora Molli, psicologa, psicoterapeuta (orientamento analitico junghiano), Per l'Associazione “Dare Protezione” di Livorno si occupa della formazione e supervisione dei volontari. Psicologa dell'U.O. di Cure Palliative-Hospice della ASL 5 di Pisa, collabora con Associazioni attive nell'ambito delle malattie oncologiche e delle cure palliative e di formazione/supervisione di operatori nel settore sanitario.

 

Informazioni aggiuntive