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Francesco La Rocca

Se tutti ci impegnassimo davvero a riflettere sulla nostra morte, ad affrontare le inquietudini che ci crea l'idea di questo evento e ad aiutare gli altri a familiarizzarsi con tali pensieri, forse ci sarebbero meno tensioni distruttive intorno a noi.

Elisabeth Kubler-Ross, La morte e il morire

 

La morte non significa soltanto arrivare a una fine, significa anche arrivare a un inizio. La morte è un processo di cambiamento. La fine di per sè non è nè positiva nè negativa, è semplicemente la realtà. La morte faceva parte dell'accordo al momento in cui abbiamo accettato l'idea della nascita.

Lama Dzochen Ponlop Rinpoche

Francesco La Rocca

Marie De Hennezel scrive che accompagnare significa condividere la pena. Essere con. Vivere insieme i momenti belli e quelli brutti, così come si condividono il pane bianco e il pane nero. Così come si condivide il pane della speranza, si condivide anche quello della disperazione e del dubbio. E descrive la paura che coglie coloro che sono vicini ai morenti e come manchi proprio la capacità di andare da loro senza troppa angoscia. Come le domande senza risposta, il rapporto con i sensi di colpa e di impotenza, perchè non si sa più che dire o che fare, siano insopportabili. E lancia un monito: sappiamo che chi sta per morire si sente solo e abbandonato.

Oggi dobbiamo cercare di ricostituire una cultura dell'accompagnamento, con lo scopo di lenire la sensazione di solitudine che ci assale alla fine della vita. Occorre che i medici e tutti coloro che si occupano di curare i malati vengano sensibilizzati all'ascolto e alla relazione con chi sta per morire. Questa è una misura da adottare urgentemente affinchè gli ospedali non si trasformino in camere mortuarie, (o luoghi dove sempre di più si nega la morte e il morire). Tuttavia, accompagnare sino alla fine è un dovere (un momento prezioso) soprattutto dei parenti, delle famiglie, degli amici. Ma oggi, questi, si sentono inadeguati a un compito del genere.


La meditazione nell'accompagnamento

Come possiamo allora vincere questa paura, o per lo meno renderla accettabile? Può la meditazione con la sua capacità di entrare in un rapporto intimo con le emozioni aiutare il morente e il personale sanitario, (o ancora di più creare un circolo virtuoso: personale meno spaventato e più consapevole quindi paziente meno spaventato e più consapevole) ad accettare e conoscere meglio le proprie emozioni, capire meglio le proprie motivazioni, proporre, insomma, una relazione più autentica? Deve e può il personale, così come presta la propria forza fisica negli spostamenti del malato, sapere dare la propria forza mentale o assenza di paura, compassione e amore?

Comunque sia, se non sappiamo dove il morente vuole essere accompagnato il rischio è di condurlo dove noi vogliamo che lui sia condotto; la domanda sorge spontanea: vi è quel coraggio e apertura di aiutare il malato ad affermare e a far conoscere i propri valori e non quelli di chi accompagna? Non inganniamoci, arrivare alla fine della vita, negando la morte e non avendola mai presa in considerazione, comporta un tremendo shock e la difficile possibilità di vivere serenamente gli ultimi giorni. "Morire ad occhi aperti" è ancora possibile nella nostra società o lo sgomento di fronte a tale mistero richiede sempre il sonno o comunque una certa sedazione che metta a tacere quello sguardo insopportabile che hanno i morenti per i vivi?


Francesco La Rocca è medico delle  Cure Palliative presso l'hospice di Livorno. Ha avuto la fortuna di conoscere e seguire Lama altamente qualificati come Ghesce Ciampa Ghiatso e Kyabje Zopa Rinpoce. È socio fondatore dell'Associazione Dare Protezione. Tiene regolarmente corsi  sulla consapevolezza del morire e tecniche per l'accompagnamento spirituale.

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